Pescara 1995
L’immagine era in un angolo. Buoni i ricordi: tornano quando c’è l’ansia. Scavare con le mani per cercare le similitudini, quegli specchi riflessi che possano anticipare il futuro. E qui a dire: “E’ successo già e succederà ancora”. E allora la fotografia di quel treno che si ferma lento e lenta scende una fiumana di gente. Uomini, donne, bambini, vecchi, e colori, tanti colori. E poi un fronte che avanza, scortato dai celerini. Erano tanti, con i caschi e i manganelli. Cinquanta? Cento? Soltanto a migliaia avrebbero pareggiato il conto e coperto quelle urla, quell’ansia. Che cresceva, forte, rapida. Più lento il treno, più lenta quella fiumana, più forte l’ansia. Più forti le urla. I cori non li ricordo. Non ricordo le parole, ma i cori sono tutti uguali. Era diversa quell’ansia.
E io che avevo lo sguardo stralunato. Mi chiedevo perché, come… io non tifo. Io avevo una macchina fotografica. A vedere il mondo da un mirino, la realtà si perde. E la foto è solo l’attimo più bello, colto per condensare i colori, i suoni, gli odori. Una foto deve dire tutto. Ma a un certo punto ho smesso di guardare quel mondo dal mirino e ho sporto lo sguardo fuori dalla macchinetta. Ho spalancato gli occhi, e ancora non capivo. E non capivo neppure quando ho visto uno stadio riempirsi, colorarsi e animarsi. Lentamente, forsennatamente. Sfilano i nomi, sfilano le maglie, corrono gli uomini. Intorno a una palla che è sempre rotonda. E spesso gira come non dovrebbe, prende direzioni che non deve.
E io che non capisco. Ma l’ansia sale. Forsennata, fino a quando un fischio interrompe tutte le speranze che a decidere siano gli uomini e non quella palla bizzarra e folle. E uno, e poi due, e poi tre. Al sesto, i miei pugni erano contro la vetrata della tribuna stampa e la voce andata via, assieme a quelle urla, a quei cori.
Continuo oggi a non capire le notti di follia in differita, le urla liberatorie di giorni interi di festa. Perché il senso è in quell’attimo, quando l’adrenalina è a mille e non c’è niente da capire.
Ciao, Pè!
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Visti dal basso
G. è un pezzo d’uomo di un metro e 50. Lo sa, ci scherza e non gliene frega niente. G. è un cronista d’assalto. G. controlla Ariano Irpino dal suo metro e 50. G. baratta spesso titoli a sei colonne per “proteste dei residenti”, che poi si scoprono essere suoi condomini. G. ovviamente ieri era in piazza con la sua telecamera. Riprende, intervista, monta il servizio, mette in onda e conduce anche il suo tg.
Telefonata
Io: “‘nzomma che è stato?”
G.: “Hai visto che t’ammo cumbinato?!”
Io: “Eh!”
G.: “Bertolaso se n’è fujuto!”
Io: “G., ma tanto la discarica si farà”
G.: “Non se ne parla proprio!”
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Aria
A Roma pare basti fare un respiro profondo per sentirsi un po’ su di giri. Io sono convinta che lui lo sapesse già da un po’. Per questo stamattina è uscito senza mascherina. E i risultati sono questi.
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Aritmetica fantasiosa (il cretino)
Non fa ridere. E si accontenta di un replay. Quotidiano, moltiplicato per quattro. Ma uno per quattro, farà sempre quattro. E quando è mezzo, farà sempre due. Due, come le figure: di merda. Ma ormai è abituato. Ha tanti primati. Uno appartiene a una storia centenaria.
Un’altra volta è arrivato secondo. Da doppio è diventato single, e da single tenta il raddoppio. Ma se uno nasce mezzo, al massimo può morire mezzadro.
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Dal fronte meridionale
Scrivo dal fronte e le mie trincee, le mie barricate non hanno il colore camaleontico della sabbia, della terra. Non sono avvolgenti e protettive. Non deve piovermi addosso il piombo. Scrivo sotto muri alti tre metri, spessi uno, coloratissimi e nauseabondi. Signori vi scrivo dal fronte della munnezza. Ne ho sentite tante: che quella trincea l’abbiamo costruita noi, col nostro silenzio, con la nostra indolenza, con la nostra insipienza. Vi scrivo dal fronte degli uomini senza dignità, che per una visita dal medico chiedono il favore all’amico dell’amico, e restano in obbligo per anni. Dal fronte degli inetti, incapaci di tenere per un attimo la schiena dritta. Smidollati, incapaci, inutili i miei compagni al fronte. Sanno guardare solo quell’orizzonte che si presenta a un palmo dal loro naso, dal nostro naso. E accusano: prima uno, poi l’altro, poi quello che verrà.
Sopportano, i miei compagni. Quella puzza, quello schifo, quelle fiamme. Sopportano e alzano la voce solo quando avvertono il peso della scena. Sicché si fanno fotografare nella loro posa preferita: la faccia incazzata con il mondo. Finché quella faccia può restare anonima. Anonima, come quando prendono quel vecchio materasso smollato dalla cantina e lo riversano per strada. Ditemi voi: quanti televisori vecchi, quante lavatrici, quanti frigoriferi spuntano all’improvviso, quando il muro della trincea è già alto?
E poi sono dei creduloni i miei compagni del fronte: credono a qualunque cosa gli si racconti. Che qui verranno i turisti, che le loro terre, lande deserte del nulla, diventeranno paradisi per metropolitani stressati. Credono che quelle lande deserte, che per raggiungerle ci vorrebbe un elicottero, diventeranno le basi della nuova industria mondiale; credono che quelle stesse lande sconosciute saranno serbatoi ineasauribili di grano.
E non riconoscono che per una vita hanno elemosinato il “posto” in una segreteria politica, sempre la stessa. Denunciano, si offendono, protestano a sentirsi chiamare “inetti”, incapaci di cambiare, di pensare, di scegliere. Si offendono a morte a sentir dire che i loro pensieri, le loro azioni dipendono da quei cavi di acciaio che muove la camorra. La camorra di quando parcheggi l’auto e ti chiede il pizzo; la camorra dell’impiegato del catasto che un certificato te lo molla solo se hai la faccia di metterti in ginocchio e implorare e aspetti una settimana; la camorra che ti fa sempre la grazia di tenere aperto il tuo negozio, di avere la tua bottega all’opera. Tutto si chiede per piacere, per carità di Dio, tutto si ottiene per grazia ricevuta.
Puzzano i miei compagni: di vecchio, di marcio, di stantio. Come quelli che comandano, che pomposaente “goverano” da dieci, venti, trent’anni. Sempre gli stessi.
Il terzo mandato ai sindaci nei piccoli comuni? Signor presidente emerito della Repubblica Carlazeglio Ciampi, quando ebbe la felice idea, mi caddero le braccia. Il mezzo mandato ai sindaci dei piccoli comuni, incancreniti e calcificati alle loro poltrone!
Vi scrivo dal fronte del brutto, dell’orrido, dove immense colate di cemento disabitato hanno storpiato paesaggi e storie. E su quel cemento ora c’è la munnezza. Tanta, più di quanta se ne può ragionevolmente immaginare. Munnezza, munnezza, munnezza.
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Eppur resiste
Tre valli, tre fiumi e un trenino, piccolo, vecchio e affaticato. Viaggiavano così gli studenti, i pendolari che dal paesello dovevano raggiungere la città. Lucio me l’ha raccontato spesso: “Mi svegliavo alle 4 del mattino per andare a scuola ad Avellino. E vivevo a Montella”. La ferrovia di cartone. La chiamavano così. Ne faranno un trenino turistico. Sarebbe facile dire che il turismo non decollerà mai, perché, perché, perché… E non lo dico. Dico di quei posti, dico di quel verde, di quella terra battuta, nera, dei filari di viti, delle colline che nascondono una valle. Per un giorno ho dimenticato il cemento, i piloni di uno stradone che ha portato i lumi della civiltà. Vorrei che i posti fossero delle cartoline ferme nel tempo. Ma non potrà mai essere così. E in fondo è anche giusto. Ma qulle villette bianche di calce e cemento, lì dove c’erano casolari di pietra… eppure quella terra resiste.
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Dal… pediatra
Sala d’attesa, poche persone, due gatti, tre cani, io.
Si chiacchiera, ci si scambiano esperienze, si aspetta, si inganna il tempo, ci si chiede se i nostri amici a quattro zampe la tratterranno per qualche minuto in più. Ci si guarda di sottecchi con sorriso beffardo e si pensa tutti: “il mio è più bello del tuo!”.
Poi si spalanca la porta e lei, veterinaria con l’intimo di uno psicologo, ci fa sentire irrimediabilmente dei cretini.
“Mi hanno riferito, mi hanno riferito: per la radiografia a Camilla ti sei mezza stesa sul lettino e le facevi ‘cuccicù bella di mamma’ per tenerla ferma. So tutto!”
Ecco!
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Tengo famiglia (sottotitolo: sono nata il 16 marzo)
14 marzo ore 8.
Primo fratello: “Dài, passami Gabriella. Le faccio gli auguri per il compleanno”
“Ma veramente è domani”
“Ah, già!”
15 marzo ore 16. Chiamo il primo fratello.
“Uè, frà come stai? blà blà blà blà….”
“Uè, bene. blà, blà, blà, blà”
e poi altre venti minuti di blà
Primo fratello: “Ah, Gabriè tanti auguri. Buon compleanno!”
“Frà… è domani”
“No, è oggi. Scusa non è il 16 oggi?!”
“No”
“Azz, avevo anche cambiato la data sull’orologio”
“E’ domani”
16 marzo. Ore 9.
Mamma: “Buongiorno, tanti auguri… aspè che ti passo Peppe”
(Peppe, che ieri si chiamava Ferdinando, l’altro giorno Cosimino, l’altro l’altro giorno Merlino, è il nuovo pappagallo di mammà)
“Uè, Peppe… peppe… peeeeeè” (sì, ho parlato al telefono con Peppe)
ore 10,30. Secondo fratello
“Uè Gabriè, tanti auguri” (Uè lo usiamo spesso in famiglia, soprattutto al telefono)
“Uè, Carlè grazie. Sei il terzo: mi ha chiamato mamma e mi ha passato pure Peppe”
“Peppe?”
“Cosimino Ferdinando Peppe”
Ore 12. Primo fratello
“Uè Gabriellì, tanti auguri”
“Frà ce l’hai fatta, però sei quarto!”
quinto è stato Beppe Lesorja
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Elementary school
Non è così
E’ così e basta
Hanno detto che non è così
E’ come ti ho detto io
Ma i contenitori ce li hanno loro
E’ come ti ho detto io
Non è così
Io sono più grande
E fallo tu!
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La scusa
Per scrivere o non scrivere me l’ha data Simonetta che doveva mandarmi un pezzo per email: “Gabriè, scusami per il ritardo, ma o stacco la lavatrice o attacco Fastweb”.
Ecco: avevo molte lavatrici in archivio e odio stendere i panni. :p
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Caro Anonimo…
coglione impedito: il tuo ip e alcune parole contenute nel tuo compitino sono nella blacklist del sito. Sei marcato come spam. Caro anonimo coglione impedito, guarda che quel commentino ti è stato pubblicato. non è colpa mia se ti ritengono un anonimo coglione impedito e nessuno si degna di risponderti. Eppoi cercati qualche altro posticino per dimostrare quanto sei anonimo coglione e impedito. Qui circola gente col sale nella zucca. Oddio, anche altri anonimi o noti coglioni impediti come te, però sono una sparuta minoranza che si stufa presto.
ciao ciao
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C
Domani il comunicato dell’Ordine, dell’Ussi, c’è la querela del collega, uscirà sul Corriere dello Sport, su Repubblica, c’è l’interrogazione del capogruppo regionale di An… Insomma mica capita tutti i giorni che un allenatore nel pallone, scudettato da calciatore, che tutti chiamano Nanu minacci di morte un giornalista. E Pancalli è convinto che sia finita.
E io al mio primo corsivo.
“Qualcuno spieghi al mister che, in una provincia con indici di disoccupazione elevatissimi, dire di sputare sangue e sudore per qualche ora di allenameto al giorno può suonare come uno schiaffo in faccia a chi vorrebbe sputare sangue e sudore in una fabbrica per mille euro al mese con un contratto a termine e non può farlo. Qualcuno spieghi al mister che nelle ultime due settimane abbiamo sentito fino alla noia parlare di basso profilo, di toni minori, di no alla violenza nello sport…“
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Ecco a voi il Savonarola de noantri
Quello vero scriveva così: «Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi [...] noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici».
Quello de noantri scrive così:
“D. compie oggi 18 anni, un ambito e splendido traguardo. Con la maggiore età, D. si prepara ad affrontare la vita con la determinazione e l’intelligenza che la contraddistinguono, sicura di raggiungere gli ambitissimi traguardi da lei prefissati. Il papà E., la mamma A., l’effervescente sorella A., condividono l’entusiasmo e la gioia di D. e le augurano di realizzare tutti i suoi desideri”.
e mo’ basta!
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Lo sport più bello del mondo
Allo stadio ci vanno il giorno prima. Entrano, sistemano spranghe, bastoni, bombe carta, fumogenti, petardi, sassi… tutto quello che può servire allo scopo. La chiamano prevenzione. Non premeditazione. Ragionano più o meno così: può sempre servire. Come fanno? con la scusa di dover sistemare gli striscioni, quelli lunghi che coprono tutta la curva. Nelle vaschette di scarico dei bagni sistemano anche un po’ di fumo, di coca, qualche bottiglia buona. Perché di domenica aprono il mercato in curva. Entrano, perché agli ingressi comandano altri capi tifosi, quelli che la società compra per non avere grane la domenica. Compra, paga, omaggia di biglietti. Possono essere di una fazione o di un’altra. Di solito vengono scelti i più forti, i più radicati. Vengono comprati per garantire il servizio d’ordine, per compiere quei ridicoli controlli all’ingresso. Dicono alle signore, (signore?): apri la borsa, fammi vedere. E poi lasciano passare il ragazzino, perché è amico, è figlio di amici, è roba nostra. Senza biglietto. Senza biglietto dentro, non perché può creare fastidi e bloccare gli ingressi, perché è roba nostra. Il sabato funziona così.
La domenica, poi, disciplinati e corretti, entrano allo stadio. Disciplinati e corretti non tutti. Solo i pradroni di casa. Gli ospiti si arrangiano. Arrivano con i treni, i pullman, le macchine e fanno ressa all’ingresso. Perché il biglietto non ce l’hanno. Non ce l’hanno. E allora trattano con la polizia: o ci fate passare, o sono casini. E spesso sono casini. Soprattutto quando per una ripicca della società, qualche giorno prima della partita, vengono spediti pochi biglietti.
Le società sanno quanta gente verrà allo stadio la domenica. Sanno e decidono chi deve esserci. Perché le prevendite vengono assegnate ai capi tifosi. Che decidono anche i prezzi.
Poi c’è la loggia massonica della tribuna d’onore. Gratis la centrale per amministratori, onorevoli, industriali, sponsor, sindacalisti, professionisti. Quelle laterali a pagamento, ma con qualche omaggio, a chi aspira a passare in quella centrale. Il calcio cementa discussioni che in altri posti non si concluderebbero mai.
Durante la partita.
L’arbitro è sempre un cornuto. Da nord a sud. Il poliziotto e il carabiniere sono sempre sbirri. Incendiare le loro macchine diventa azione d’onore. Ferirne uno è una medaglia. Il lunedì si festeggia la conta dei feriti.
Esiste anche il manuale del perfetto ultras: nello zainetto non devono mai mancare la felpa col cappuccio, il passamontagna, la sciarpa. Anche per il calcio d’agosto. Allo stadio si va con il viso scoperto, in bagno ci si cambia. Poi: raggrupparsi, colpire, disperdersi.
Nelle questura italiane, negli uffici Digos esiste la Squadra Sportivi, che non viene impegnata dal lunedì al lunedì nei tornei degli uffici, ma lavora per visionare immagini, incontrare i tifosi, capire che aria tira, mediare. Mediare: convincere le teste calde che si può avere qualche posto in più in curva, se non ci sono problemi. Mediare.
Ma quando la curva viene completamente sfasciata, non c’è problema: esistono fondi europei per finanziare le strutture sportive. La società fa richiesta al sindaco. Il sindaco entra gratis e gira la rihiesta all’assessore regionale allo sport, che entra gratis. L’assessore avalla la richiesta e lo stadio viene ristrutturato. Ovviamente il contributo non copre le spese totali. Ma il costruttore entra gratis e gonfia le fatture. L’eccedenza si chiama sponsorizzazione. Come, non ci credete? ma non ci fate caso ai loghetti pubblicitari sui fondali usati per le splendide interviste del dopo gara? Io vi capisco: quando i campioni spiegano la partita, ci vuole tanta concentrazione per capirli.
(anche su Macchianera)
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Analisi grammaticale
Quattro lettere, due sillabe, un verbo, indicativo presente, prima persona singolare… doppio senso… punti esclamativi.
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Point ovviù
Voi guarderete lui, e penserete: “Uh! il calzino corto!”
Io invece mi calo in lui, e in quel calzino corto. E penso che, seduto su una panchina del parco, sta fumando la più gustosa sigaretta della sua vita.
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Fatemi uscire da squola
I voti di fine anno erano il mio terrore. Puntualmente coincidevano con qualche punizione esemplare che mia madre mi infliggeva per i risultati che non erano mai di suo gradimento. Sono sempre stata altalenante, incostante, incoerente. Nove in latino, quattro in matematica. Otto in filosofia, quattro in inglese. E anche viceversa. Ma quando si trattava di voti, accettavo sportivamente. Erano inequivocabili.
Ho detestato sinceramente e appassionatamente le scuole medie. Le abolirei, oppure mi sarebbe tanto piaciuta una lenta e dolorosa agonia (professionale) per un paio di insegnanti. False, ipocrite, stupide, incapaci di andare oltre un palmo del loro naso, ignoranti, cretine, interdipendenti nel senso che se una andava in bagno all’altra scappava la pipì… e viceversa. E quanta pipì facevano, soprattutto fuori dal vaso. Il loro momento di massima affermazione umana era rappresentato dalla complazione dei giudizi. Erano perfettamente speculari: l’allieva mostra intelligenza, acume, ma spesso si distrae. Oppure: l’allieva è capace di esprimere originalità e passione per materie extracurriculari, ma non conferma lo stesso impegno per quelle curriculari.
Insomma cambiavano gli aggettivi, ma la tecnica era sempre quella: mettere le mani avanti, sputare un elogio piccino tanto per millantare la buona fede e i buoni propositi e concludere: questa pensa solo ai fatti sui e non combina un tubo.
Bene: nella vita ho fatto sempre gli affari miei. Ne ho fatti parecchi di affari, e non rimpiango niente. Men che meno le squallide lezioncine perfettamente spappagallate dai manuali. E a squola non ci torno.
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Chiachiello, quaqquaraqquà, omm ‘e cartone
Tema: il sistema giudiziario camorristico
Svolgimento: il sistema giudiziario camorristico si fonda regole ben chiare. La certezza della pena è il principio fondante, che garantisce il rispetto delle regole. Contrariamente a quanto si crede, anche l’accertamento del reato, viene svolto con meticolosità e ascoltando sempre diverse campane. Quanto al giudizio, la sentenza viene decretata mai dal singolo, e comunque l’esecuzione della pena è subordinata al parere concorde di più elementi.
Ora: quest’uomo viene accusato dal procuratore capo della Repubblica di Avellino di essere un chiachiello capace di sputtanare una procura intera solo perché rappresenta tutti gli avvocati penalisti irpini.
Nello studio di quest’uomo spesso si incontrano vis a vis gli esponenti di due clan camorristici opposti che in altri luoghi normalmente si salutano a colpi di mitragliatrice. Quest’uomo, accusato dal procuratore capo di Avellino di chiachiellaggine, è stato visto da me, ma anche da altri, in un aula di tribunale cazziare sonoramente una belva come Biagino Cava di fronte ai suoi affiliati, accoliti e comparielli e uscire indenne da un simile affronto, anche a distanza di anni, non solo, ma ritrovandosi difensore di fiducia, ancor più di fiducia.
Sempre quest’uomo, accusato di chiachiellaggine e quaqquaraqquismo dal potere costituito, considerato invece da due clan rivali persona degnissima di rispetto e fiducia, chiede solo che i magistrati avellinesi si presentino in aula alle nove e non a mezzogiorno, che non si perdano fascicoli e reperti d’indagine, che firmino ogni tanto qualche inchiesta, che non litighino per l’auto blindata, che parlino e soprattutto scrivano in un italiano pressocché decente, che leggano con un po’ più di attenzione i codici, che, insomma, facciano un po’ del loro dovere consentendo così anche agli avvocati di lavorare. L’accusa di quaqquaraqquismo se l’è guadagnata mostrando in una pubblica conferenza stampa una lettera del procuratore in cui si accusava la polizia giudiziaria di incapacità investigativa.
Non sarà scritto forse nei manuali, ma mi pare che le indagini (a furia di scriverlo me ne sono fatta una ragione) le coordinino sempre i magistrati. E che io ricordi, sotto la guida del dottor Mario Aristide Romano non è venuta fuori alcuna indagine di iniziativa. Domanda: se la testa del procuratore non pensa, perché dovrebbero farlo le sue braccia?!
Questo povero quaqquaraqquà ebbe solo a dire sottovoce, sconsolato e profetico: “Ma comm vulimm ì annanz?!” (Ma come vogliamo andare avanti).
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22, il pazzo
Caro Edoardo, hai perso. Una dozzina di anni fa mi dicesti che ti sembrava di battere la testa contro un muro. Che non capivi, che non riuscivi a spiegare. Era tutto così lampante. Eppure non si capiva: perché per un parco naturale si spendevano fior di miliardi, si sprecavano consulenze, si cercavano fondi in lungo e in largo per l’Europa, perché dello stesso parco si faceva un tracciato per un immenso elettrodotto?
E ti chiedevi come fosse possibile che l’Unione Europea vietasse il passaggio dell’alta tensione in territori protetti e poi sindaci e amministratori locali autorizzasseo quelle torri altissime sopra i nostri boschi, i nostri vigneti.
E ti chiedevi come fosse possibile che quelle teste dure dei nostri contadini preferissero qualche milione da tenere nei loro materassi e quelle torri, quei cavi sopra le loro case, di fronte alle loro finestre.
Eri buffo e anche un po’ patetico come uomo sandwich che voleva fermare il Giro d’Italia solo perché qui accadeva l’impossibile.
Patetico e pazzo: te lo dissero in faccia quei sindaci, quegli amministratori, quei contadini che si erano venduti. E intanto scrivevamo, scrivevamo… raccontavamo dei pericoli, dell’inutilità, dei soldi buttati al vento, di un parco da salvare mentre stava nascendo.
Pazzo, patetico e stupido.
Ora blaterano che su a Montevergine c’è una base Nato in disarmo, che quel cucuzzolo di montagna andrebbe bonificato. Si ricordano del parco. E non pensano che a febbraio 380mila volts passeranno sotto al cucuzzolo della montagna.


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