Pubblicato da: iprovinciali | 19 gennaio 07

22, il pazzo

Caro Edoardo, hai perso. Una dozzina di anni fa mi dicesti che ti sembrava di battere la testa contro un muro. Che non capivi, che non riuscivi a spiegare. Era tutto così lampante. Eppure non si capiva: perché per un parco naturale si spendevano fior di miliardi, si sprecavano consulenze, si cercavano fondi in lungo e in largo per l’Europa, perché dello stesso parco si faceva un tracciato per un immenso elettrodotto?
E ti chiedevi come fosse possibile che l’Unione Europea vietasse il passaggio dell’alta tensione in territori protetti e poi sindaci e amministratori locali autorizzasseo quelle torri altissime sopra i nostri boschi, i nostri vigneti.
E ti chiedevi come fosse possibile che quelle teste dure dei nostri contadini preferissero qualche milione da tenere nei loro materassi e quelle torri, quei cavi sopra le loro case, di fronte alle loro finestre.
Eri buffo e anche un po’ patetico come uomo sandwich che voleva fermare il Giro d’Italia solo perché qui accadeva l’impossibile.
Patetico e pazzo: te lo dissero in faccia quei sindaci, quegli amministratori, quei contadini che si erano venduti. E intanto scrivevamo, scrivevamo… raccontavamo dei pericoli, dell’inutilità, dei soldi buttati al vento, di un parco da salvare mentre stava nascendo.
Pazzo, patetico e stupido.
Ora blaterano che su a Montevergine c’è una base Nato in disarmo, che quel cucuzzolo di montagna andrebbe bonificato. Si ricordano del parco. E non pensano che a febbraio 380mila volts passeranno sotto al cucuzzolo della montagna.

Annunci
Pubblicato da: iprovinciali | 9 gennaio 07

Outing e un po’ di nostalgia

Dovrei dire che “lo mio maestro” è stato qualcuno che mi ha insegnato a tenere la penna in mano. Se guardo al passato mi viene in mente mia nonna e io bambina, con le noiose ripetizioni estive alle elementari. “Soggetto, predicato e complemento. Così non sbagli mai”. La nonna carabiniera, e poi qualche figura di un passato più recente. Ma se proprio devo pensare a chi mi ha insegnato il mestiere, io penso a lui. E la storia è lunghissima.
Estate 1990. Farmi bere un bicchiere di birra è sempre stato uno spettacolo. Col vino no, mi viene triste. La birra invece… rido, rido, rido, per niente. Rossella era fidanzata con Raffaele. Raffaele aveva un cugino, Nico. Rossella avrebbe preferito che mi fidanzassi con Nico. Così si usciva in quattro. Raffaele aveva una Renault 4 rossa, con il sedile davanti unico e il cambio vicino al volante. Così Rossella poteva stare incollata a Raffaele. E io… e io, avrei dovuto stare incollata a Nico. Ma scoprimmo che si poteva uscire in quattro anche senza che i due passeggeri posteriori fossero incollati. Del resto si faceva un favore a Raffaele, ché la visibilità del lunotto posteriore in una Renault 4 è molto ridotta.
Estate 1990, Italia 90. Totò Schillaci e Roberto Baggio. La villa di Raffaele con il salotto dell’800, i divanetti di velluto rosso con la seduta stretta e lo schienale rigido. I cuscini buttati a terra, noi 4 davanti alla tv. Le pizze della mamma di Raffaele. La birra che mi faceva ridere. Rossella e Raffaele sempre incollati. Io e Nico che riassumevamo la partita ai due incollati.
Ma Rossella era un’apparizione estiva. Venne l’inverno e diventammo Raffaele, io e Nico, senza più colla. E venne anche la notte prima degli esami. Raffaele e Nico bussarono al citofono. Servivano i miei appunti. Scuole diverse, ma l’esame era lo stesso: lettere e storia per tutti e tre. I miei appunti per tutti e tre. Più o meno lo stesso voto per tutti e tre.
Estate 1991. Iscrizione all’università. Naturalmente le code alla segreteria le faccio io. Ma Nico, no, non si iscrive. Faccio la coda anche alla fila per il rinvio militare. Trecento ragazzi e io: “Forse hai sbagliato fila”, mi dice uno. “No, no. Devo fare questa”. “Ma qui si presenza il rinvio militare”. “Eh, appunto!”. Grosso punto interrogativo sulla faccia del tipo. “E’ per un amico”. Ahhhhh!
Gennaio 1992. Una tv locale manda un sottotitolo: “Cerchiamo giovani redattori”. Telefono, prendo un appuntamento. Arriva il giorno. Busso alla porta. Apre Nico.
nico1.jpgEcco la mia prima raccomandazione. Lo confesso. Nico mi ha raccomandata. E mi ha spiegato come si sta davanti a una telecamera, come si fa un’intervista, come si monta un servizio, cosa fa tv e cosa non lo fa. Per questo lui oggi gira il mondo con una telecamera in spalla. E per perdere tempo ha aperto anche un blog.
E Nico è il miglior cameraman che abbia mai conosciuto. Anche quando ho incontrato certi tipi nascosti sotto le sigle Rai, Mediaset, Sky…

Pubblicato da: iprovinciali | 6 gennaio 07

DoReCiakGulp

Il vinile che si graffia e il nastro che si allenta. Tante sere passate in salotto con le cuffie e la luce spenta. E il disco sul piatto che girava, girava. Un graffio e la puntina che saltava. Andava bene anche così. Con gli spiccioli della settimana spesi per un vinile o per un nastro. E lo tenevo per me, perché a 15 anni, ai miei 15 anni si parlava di Ramazzotti, di Zucchero o di chi altro passerà per la televisione. Una notte, sempre di notte, un concerto nel teatrino di corte di palazzo reale a Napoli. Un altro, sempre di notte, ma a singhiozzi, al premio Tenco. A 15 anni si sogna. Bella novità. E io sognavo la verde milonga, Genova col sole che è un lampo giallo al parabris, una giornata al mare e l’uomo del Mocambo che mi dicesse vieni via con me, niente più ti lega a questo mondo. Era un mondo piccolo anche quello dei miei sogni, con la Topolino amaranto da correrci senza guardar dal finestrino. E conoscevo Angiolino e la sua moglie tutta bionda e tutta bella, o quel macaco senza storia, come un vecchio sparring partner. Che erano poi tutti lì, assieme a lui, mentre passeggiava dinoccolato per le stradine di Macerata, prima di indossare lo smocking e illuminare di note blu lo Sferisterio.

E dice che le donne odiavano il jazz!

Poi oggi compie settant’anni e leggo che la notizia sono gli auguri di Bertinotti. E non che il regalo più grande l’ha fatto lui, con la sua musica, le sue storie.

Pubblicato da: iprovinciali | 29 dicembre 06

Credere…

Guardate il vostro fazzoletto di terra e continuate a chiamarlo isola. Accarezzatelo con i ricordi e continuate pure a dirci che prima non era così. Farò finta di credervi. Perché Natale è appena passato e mi è rimasto un po’ di buonismo. Perché il 2007 sarà più bello dell’anno ormai finito. Archiviate anche le ultime memorie. E dite pure che va tutto bene. O dite anche che va tutto male. Io vi crederò. Ho deciso di credervi, e vi farò credere che vi credo. Vi farò anche credere che siete bravi, intelligenti, arguti, sottili, capaci. I migliori. Credeteci: è così.
Adesso siete contenti. Bravi.
La ragione è dei fessi.

Pubblicato da: iprovinciali | 21 dicembre 06

A volte manca la corrente

Un chilometro in quaranta minuti. Canzonette alla radio. E qualche flash di notizie. Piergiorgio Welby è morto. E poi canzonette alla radio. A passo d’uomo nel traffico di Natale. Canzonette alla radio. Ancora Piegiorgio Welby: hanno staccato la spina. Canzonette alla radio e raggiungo la festa. Christian ha sequestrato il pallone regalato a tutti: ci sono gli autografi dei calciatori. E tre sul palco che firmano pezzi di carta, magliette, si fanno fotografare. Giocano in serie C, ma Christian e gli altri bambini pensano di trovarsi di fronte a Cannavaro, Buffon e Totti. Christian e gli altri bambini forse non saranno mai vecchi. Quegli occhi a mandorla sono la loro condanna. La pioggia fuori. E in sala la luce che va e viene. Ma quando va, Christian e gli altri accendono una torcia. Non vogliono perdere neppure un minuto della loro serata con i calciatori. E maledicono l’Enel per ogni istante rubato.

Pubblicato da: iprovinciali | 20 dicembre 06

Diciamo che parto, partirò…

Inutile farla lunga, inutile trovare improbabili scuse…

Buon Natale a tutti

(si dispensa dalle email) 

Pubblicato da: iprovinciali | 6 dicembre 06

Il forum regionale dei gggiovani

Sono quelli politicamenteimpegnati o socialmenteimpegnati.

E perché ci sono le bottiglie vuote a terra in sala?

Li riconosci da come vestono: quella tipa con i jeans attillati infilati negli stivali neri con tacco 12 centimetri, la giacchina corta e avvitata, la borsa della Pucca e persino il portafogli a fiori; poi quello con i pantaloni verdone militare lisi, la tracolla verdone militare, la sciarpa palestinese, le treccine; poi i ragazzi hanno tutti la barbetta e i capelli oleosi anni 70. Poi stanno tutti lì a discutere del ragazzo che non le chiama gnè gnè, del padre che rompe, della mamma che li copre…

Non è vero: parlano di politica

Parlano della Regione che deve finanziare il progetto. Dicono “Stai qui e ti crei i contatti”

Ma chi? quelli col pulloverino bluberlusconi?

no, anche quelli col vestitino di velluto moquettato. E poi non sapevo che al forum dei giovani della gioventù si potesse dire impunemente giovani, ggiovani, gggiovani, ggggiovani tante volte di seguito

Ma dài

Ma sì. E io dico: tra dieci anni avrete il vostro posto in banca, al catasto, al comune, alla regione. Avrete figli, mutuo, macchina… Ma chi v’ o fà ffà?! almeno lavatevi. Oggi ho desiderato avere dieci anni di più. Il primo che mi dice che a 33 anni sono ancora giovane, ban immediato.

Pubblicato da: iprovinciali | 6 dicembre 06

I Babbia

Che detto così come titolo potrà sembrare un cognome. Si dice sgancianome in quel paesino dove è nato. E in quel paesino vige anche la regola che lo sgancianome (un nikname, tanto per non farvi penare con wikipedia) affibiato a qualcuno valga per tutta la famiglia, ascendenti e discendenti compresi, affini e consenguinei. Potrei raccontarvi della famiglia “piscialietto”, perché il pargolo ebbe l’ardire di confessare di fare ogni tanto la pipì a letto alla veneranda età di dieci anni. Ma erano tempi in cui a scuola non c’era lo psicologo. E il pargolo piscialietto perse il nome, il padre del pargolo divenne “‘o pate d’ ‘o piscialietto”, e così la madre, e i fratelli e i nonni e gli zii. Nacque la famiglia Piscialietto. Oppure di Tonino ‘o figlio e ‘Ndino, che divenne più famoso del padre, così che il padre divenne “‘o pate d’ ‘o figlio e ‘Ndino”. Ma c’erano anche i Ssessa, perché il capostipide era solito urlare come un ossesso. E uno Ssessa divenne anche amministratore comunale, accanto al macellaio che di cognome faceva Fantasia. In campagna elettorale non mancò la scritta sui muri “Sessa e Fantasia al potere”. Ma non erano i tempi della contestazione. Anche le strade avevano lo sgancianome: ‘u vichi russo si capiva, perché lì ci abitavano un sacco di Rossi, o forse erano pochi, ma nei loro bassi facevano tanto rumore. E non si capiva a chiedere dove fosse via Amendola. Come non si capiva dove fosse largo Tiglio, perché era ‘ncoppa ‘a teglia. Piazza IV novembre era ‘ncoppa San Pietro. Giggino aveva dieci anni quando i genitori lo portarono a Roma per il solito pellegrinaggio organizzato dalla parrocchia. Si perse in via Della Conciliazione e i solerti vigili gli chiesero dove abitasse: “‘ncoppa San Pietro”. Cosa ne poteva sapere lui del cupolone?!

Le strade. Le famiglie erano così: i Sciasc, perché il capofamiglia portò in casa l’amante che andava d’accordissimo con la moglie. Erano i tempi di Soraya e Faradiba. E Giovannino divenne ‘o Sciasc, e la sua famiglia i Sciasc. Un ramo cadetto si dissociò dallo scandalo e divenne Pocchi-Pocchi, da “purcaria” detta da un pargoletto. “Perché non ti parli con zio Giovannino?”, “Sono pocchi pocchi”. Sciasch gli adulti, Sciascitielli i più piccoli.

Era così il paesello. E alle elementari ci si riconosceva: “A chi appartieni tu?”. Io appartenevo ai Babbia. Babbia, che sembrerebbe babbeo. Un po’ ci sta: troppo buoni, che dalle nostre parti può significare appunto babbei. Perché le terre del bisnonno Fafele se le mangiò il colono, che il giorno dei conti portava la più bella fiasca di vino. Perché la bisnonna Checchina lasciò che del mulino si occupasse l’amministratore e, piuttosto che vivere nel disonore del fallimento, vendette anche la casa sulla farmacia, che prendeva tutto il vicolo e aveva cantine così profonde che nemmeno conosceva. Perché il nonno nella fabbrica di ceramica non faceva il padrone. Ed è morto convinto che la nonna gli facesse la cresta sulla spesa. E lo diceva sempre alla nonna Nicoletta: “Tu imbrogli”. Ma ci faceva fare tante risate.

E’ rimasta solo la nonna Nicoletta. I Babbia non ci sono quasi più. Quasi, perché alcuni cromosomi sono rimasti e sono andati tutti a lui, che si chiama Carlo, Carlo Babbia. Ma un Babbia col broncio. Ed è fràtimo ‘o piccirillo.

Pubblicato da: iprovinciali | 5 dicembre 06

La regola dei tre mesi

Fu la fortuna del principiante, perché a vent’anni facevo tenerezza, perché il tizio che mi passò la notizia mi trovava simpatica, perché il tizio che mi passò la notizia non era in buone acque e aveva bisogno che si parlasse di lui sui giornali. Niente merito per il primo e unico scoop. Ma ci campai parecchio tempo, mesi, qualche anno. Lo scandalo dei falsi invalidi ad Avellino. Forse qualcuno lo ricorderà: 1994, centinaia di avvisi di garanzia per medici e invalidi. Si scoprì che Avellino era popolata di persone con almeno il 46% di invalidità. Il 90% degli abitanti della provincia di Avellino aveva una malattia invalidante. E lavorava alle Poste, nella scuola, nel ministero dell’Interno, percepiva pensioni di invalidità. E c’erano medici che avevano fondato la loro fortuna politica elargendo patologie complesse, permanenti e munifiche. E c’erano intere famiglie dove il nonno percepiva la pensione, la nonna l’assegno di accompagnamento, il figlio beneficiava della legge 104 (graduatorie agevolate, avvicinamenti improvvisi della sede di lavoro), la nuora un posto alle poste da invalida, i nipoti esenzioni di tasse scolastiche per motivi di sallute. Tutti malati, benevenuti al grand hospital!

Centinaia di avvisi di garanzia, poi centinaia di richieste di rinvio a giudizio, poi centinaia di processi, poi centinaia di sentenze di assoluzione per prescrizione dei reati. Anche se non sono tutti malati, anche se beneficiano di vantaggi che non meritano, i falsi invalidi mantengono i loro diritti. Ero acida io in quegli anni, quando scrivevo di questa gente. Ne dicevo peste e corna. Le assoluzioni per prescrizione non mi hanno costretto a smentite o rettifiche. Le assoluzioni per prescrizione non hanno mitigato il mio ph acido. Le storie di oggi mi disgustano.

Oggi conosco due casi di invalidi veri e tutti i nomi di medici di un paio di commissioni che hanno tratto insegnamento da quella storia di dieci anni fa. E conosco la regola più ferrea della burocrazia invalidese: “Pararsi il culo, sempre, comunque, con chiunque”. Così che la burocrazia diventa un ente virtuale, senza apici con cui incazzarsi.

Sì, ma dov’è la notizia? la notizia, sempre la notizia nei primi righi!

La notizia sarebbe che un cieco, sì proprio cieco, uno che non sa quando fa giorno e quando fa notte se non chiede: che ora è?, da due mesi non percepisce la pensione di invalidità. E io lo chiamo cieco. Non vedente è troppo poco, è un’espressione che rimanda al provvisorio, come la dichiarazione della commissione medica: due anni accordati, ma poi torni a visita. Solo che ogni tanto la burocrazia dimentica di chiamare a visita. E la pensione viene sospesa.

Bisogna che sappiate anche a quanto ammonta la pensione di invalidità: 249 euro al mese. Per pagare la badante polacca o ucraina? al massimo ci compri i croccantini per il cane addestrato. Però se ti capita la fortuna di stare steso a letto come un vegetale puoi avere l’assegno di accompagnamento: 395 euro al mese. 249 più 395. E se sei proprio fortunato puoi godere di una pensione sociale di circa 500 euro al mese. Insomma con poco più di un migliaio di euro al mese, se sei proprio un invalido fortunatissimo, dovrai pagare la badante polacca o ucraina (circa 800 euro al mese, naturalmente a nero) comprare i farmaci (perché sei malato, hai l’esenzione, ma i farmaci più adatti hanno sempre un tiket), mangiare, pagare le bollette, forse anche l’affitto.

Non preoccuparti se le procedure burocratiche saranno lunghissime. Sei fortunato: sei a letto come un vegetale, quindi hai pensione sociale, pensione di invalidità e assegno di accompagnamento, che ti verranno conteggiati dal momento in cui hai presentato la domanda. In genere occorrono dai 6 ai 9 mesi. Nove mesi? ma come? la legge stabilisce che entro un massimo di tre mesi la pratica debba essere esaurita. Tre mesi a partire da quando? signori cari, esiste l’interruzione, la sospensione dei termini.

Dunque io presento domanda per il riconoscimento di invalidità al mio comune di residenza. Il comune ha tre mesi di tempo per passare la pratica all’Asl di competenza, che ha tre mesi di tempo per chiamare a visita il presunto invalido. La commissione durante la visita potrebbe non essere convinta della documentazione medica che l’invalido presenti. E’ scontato che i certificati del medico di base, privato, non abbiano alcun valore. I medici di base sono tutti pronti a mentire e ad attestare il falso. La documentazione di strutture pubbliche è quasi sempre insufficiente. “Quindi faccia una visita specialistica presentando la nostra richiesta”. Prenotare una visita specialistica in una struttura publica: si seguono le normali trafile, anche se la richiesta è della commissione medica. Liste di attesa: da uno a tre mesi per una neurologica, fino a 5 mesi per una diabetologica… I tempi previsti naturalmente si sospendono. E la commissione, una volta ricevuta la documentazione supplementare, ha a disposizione tre mesi per comunicare l’esito al Ministero del Tesoro. A questo punto i casi sono due: il Tesoro può passare la pratica direttamente all’Inps ed erogare la pensione oppure chiudere il caso con un bel rifiuto. Ma, nella migliore delle ipotesi, non è detto che la via crucis sia finita. C’è il sorteggio: lei, caro invalido ha vinto una visita supplementare con la commissione medica del Tesoro. Anche a questa commissione spettano i canonici tre mesi. Scatta il fatidico giorno della visita, di fronte a questa commissione che ha cambiato da poco tempo la propria sede. E tu invalido che non sai muoverti nei meandri degli uffici pubblici, che fai? usi il telefono. Ci sarà un centralinista che possa dirti: “La conoscete la pescheria di via tal dei tali? sì, quella dove arriva il baccalà fresco tutti i giorni? eh, di fronte, prima porta a destra!”. Uno s’immagina che in una città di provincia i call center siano penose invenzioni milanesi d’importazione americana. E invece è così, nel senso che non troverai mai il centralinista che dica “Salve, sono Mario, in cosa posso esserle utile?”. Troverai un telefono che fa “tu-tu-tu-tu-tu-tu”. E non t’incazzi perché il centralino non rispetta la milanesissima regola del “lei”, quando qui non ci sono mezze misure, “tu” o “voi”, ma perché è sempre occupato. Eggià col 90% di invalidi civili in provincia di Avellino, ci sarà un bel da fare. E dicono che negli uffici pubblici non si lavora! Non si lavora. Detto forte e chiaro, allargando le braccia, non da me, ma dalla tipa in accettazione con tanto di badge “Maria-matricola-000000-relazioni-con-il-pubblico”. Il pubblico di un osceno spettacolo in cui il capocomico non esiste. Anzi esiste: “Ma certamente non posso darle in numero del dirigente”. E allora perché il centralino non risponde? “Eh, a volte mettono fuori posto”. La visita: cinque minuti. Durante i quali nessuno sembra sapere bene di cosa si stia parlando. Chiedono l’età. 60 anni. Ma compiuti pochi giorni prima della visita. Certamente dopo la presentazione della domanda. La regola vuole che il presunto invalido debba essere sottoposto a visita ogni due anni, fino al compimento del sessantesimo anno. Quesito: verrà calcolata l’età al momento della presentazione della domanda, o al momento dela visita? Rileggete la storia un paio di volte e vedrete che la soluzione è scontata.

Pubblicato da: iprovinciali | 15 novembre 06

Post autocommentato

Parto dai commenti a questo post, che non ho ancora scritto. Me ne immagino due: uno) oramai ce l’hanno tutti la password (per non dire cani e porci), quindi sai la novità; due) vabbé ti volevi sparare la posa, ma sei a Monopoli, ferma un giro e torna al commento uno.

Fatto!

Dunque, stamattina apro la posta e trovo un’email di nientepopodimenoché Gianluca Neri. Ecco username e password per scrivere su Macchianera. Figo! penso io, tra mae e mae, ché già faccio l’accento milanese. Poi mi fermo un attimo a pensare e lo stile della mail mi induce a credere allo scherzo, allo spam o al risponditore automatico di casella Neri impazzito. Provo nome utente e password  e… funzionano!

La prima cosa che mi viene in mente di fare, non è tanto rispondere al Neri per ringraziare, quanto inoltrare la mail originale (dopo aver cambiato la password, ovviamente) a fràtimo, per farlo schiattare un po’. Mi dice: jà, vieni in ciat. Ci vado e la prima cosa che gli dico è: “Tiè, fuma!”. E Lui: “No, me l’ha mandata la settimana scorsa e io l’ho cestinata pensando fosse spam, cazzo!” (ha detto proprio così: gmail conserva le conversazioni). E io torno a pensare che il risponditore automatico di Neri sia impazzito, perché non è vero che dispensa password a cani e porci.

Per cui sospendo la ciat con fràtimo e scrivo al Neri: ovviamente io parto dal presupposto di parlare a un boot, un robot impazzito. Gli scrivo caro Neri, ti ringrazio, tanto lo so che sei un boot e ti faccio pure l’occhiolino.

Passano le ore e mi convinco: è un boot. Torno al lavoro, riapro la posta. Il boot ragiona, risponde e parla. E dice pure cose carine. Cose mo’… una cosa: cioè mi legge spesso. (Sto scrivendo sempre con i due commenti di sopra fissi in testa). Dunque con Neri passo ufficialmente da dieci lettori a undici. Potrò scrivere su Macchianera e fare un mucchio di acchiappanze. Capito frà! e tu che ti sbatti a commentare a destra e a manca per far sapere che sei passato su wordpress 😛

Pubblicato da: iprovinciali | 10 novembre 06

La federazione delle repubbliche autonome

Il nome non c’entra questa volta. E’ un caso, è una storia che potrebbe capitare, mettiamo, in una testata giornalistica importante. Chissà quante volte al giorno vi capita di cliccare su quell’indirizzo puntoit. E lì ci lavorano tanti giornalisti. Ci sono le redazioni decentrate. Piccole repubbliche autonome dove la firma non esiste, non c’è impaginazione e la possibilità di associare un nome a un volto è remota, assai remota. Firma e volto camminano assieme soltanto nell’ambiente. In una piccola repubblica autonoma, l’anonimato di fatto consente la bilocazione, lo sdoppiamento di personalità e di portafoglio. Nella repubblica autonoma è l’anonimo noto a decidere cosa sia notizia e cosa non lo sia. La rotativa che non impagina è un calderone dove ogni titolo ha la stessa dignità di un altro. E lui, quello della storia, uno dei tanti irriconoscibili, comincia a notare che nella repubblica autonoma c’è qualche titolo che non serve, o che l’anonimo autore si è fatto pagare sottobanco. Lui dice che non va bene, che queste cose non si fanno, che l’azienza ci rimette la faccia e il prestigio. E’ una grande azienda, non si può. E l’azienda dovrebbe premiarlo, se non fosse che la repubblica autonoma non è un caso isolato, ma solo un satellite di una repubblica autonoma più grande, dove vige un patto federativo, dove i diplomatici si scambiano ruoli e “titoli”. E allora succede che lui diventi un delatore, un untore, da cacciare. Le regole della federazione delle repubbliche autonome non sono scritte, ma sono rispettate. Lui viene licenziato con disonore, dopo essere stato pedinato, filmato, ripreso. L’azienda voleva dimostrare che l’untore non era diverso, chiedeva solo un prezzo più alto. Voi penserete che la storia finisca così. E non è vero: perché lui ha vinto e ha vinto in un tribunale sgangherato, dove un processo può durare una vita, dove si perdono fascicoli, dove i testimoni sono in vendita al banco della frutta, dove non si contano gli scioperi, i rinvii. In nome del popolo italiano lui non è più un untore e deve tornare a lavorare nell’azienda che aveva difeso nel prestigio che non c’è. Non è strana la vita?
In bocca al lupo, M.

Pubblicato da: iprovinciali | 31 ottobre 06

Il tam tam e quelli delle barzellette

Stavolta non ho bucato. Non è stato come sette anni fa, quando quel tipo che abitava a duecento metri da casa mia, nel cuore della notte decise di ammazzare la moglie a bastonate sotto gli occhi del figlio di otto anni. Quella volta non ero al paesello. Nel pomeriggio mi sposai e poi viaggio di nozze. Solo che la notizia finì in nazionale e la mattina seguente i tg ci ricamarono un bel po’, anche perché non c’erano foto, non c’erano immagini. Avrei sentito le sirene dei carabinieri, sarei corsa in strada e che scooppettone!  invece chiamai al giornale. Lavoravo per un’altra testata all’epoca. E Annibale mi rispose: “Ma tu non stai in viaggio di nozze?! e marìtito (marìtito=tuo marito – segue la grammatica latina, tipo mecum, tecum, ecc ecc) che fa? dorme! pienz’ ‘a salute. Proprio vicino a casa tua! Questi so’ segnali, Gabriè!”.

E vabbuò. Invece stavolta, altro paesello, sempre casa mia, dieci metri e io ero appena uscita. Retromarcia su segnalazione e sono lì. Due operai sepolti vivi dalla terra che avevano scavato.

Io adoro i paeselli del sud. Aiello del Sabato (no Leopardi – il Sabato è un fiume) è su una collina, due chilometri più giù c’è un altro paesello, Cesinali. Quattro chilometri più giù ci sono Avellino e Atripalda.

Su, in collina, la prima persona che trovo mi chiede: “Ma ci sono feriti?”. La voce già corre. Sì feriti, ma in due ore li hanno tirati fuori. E allora prendo la strada per tornare al giornale. Prima fermata sul viale di Aiello: “Ma è franato tutto? quanti erano? 4? 5?”. No, due, vivi e la fossa era di un paio di metri.Seconda tappa il tabaccaio: “Ma è vero che è scesa tutta la collinetta?”. No, tre o quattro quintali di terra. Terza tappa a Cesinali, più giù: “Ma ci sono morti, vero?!”. No, un paio di fratture. Non ho proseguito verso Atripalda, per paura che mi dicessero che Aiello era rasa al suolo. Ho tirato dritto verso Avellino. Più si scendeva, peggio stavano i due operai. Ma non mi è ancora chiaro perché mia madre, che abita più su della frana di un centinaio di metri e a valle non scende, mi abbia telefonato disperata: “Ma è vero che stanno franando i palazzi prima di me?”.

Poi ci sarebbero le storie collaterali: l’operaio sepolto dalla vita in giù era disperato. Piangeva a dirotto. Un passante cercava di rincuorarlo: “Non vi preoccupate: cinque minuti e vi tirano fuori. Sentite le sirene, stanno arrivando i vigili del fuoco. Non ci pensate, poteva andare peggio. Ora vi porto un po’ d’acqua…”. Quello si calma, smette di piangere. Poi arriva lui. Scende dall’auto con i lampeggianti blu e una divisa scintillante. E urla al passante: “Viaaaaaaaaaaa ché frana tutto! andate viaaaaaa”. Il povero cristo sepolto dalla vita in giù: “No, non mi lasciate solo. Frana tutto! chiamate i miei figli, fatemeli vedere per l’ultima volta”. E piange e urla a più non posso. E il tipo con la divisa scintillante: “Stia calmo! ha capito? stia calmo! le ho detto di stare calmo!”.

Poi ci sono i fotografi: quelli giornalisti e quelli periti. Quelli periti indossano la pettorina. Hanno la visuale migliore e soprattutto hanno la possibilità di essere inquadrati dagli altri fotografi. Per cui assumono pose incredibili. Veri contursionisti dell’immagine. Magari cazziano anche il fotografo giornalista, che deve tenersi a distanza, che deve stare oltre la linea di nastro bianco e rosso. E scattano, scattano e scattano. Poi si accorgono che stranamente qualcosa non va. Varcano il confine bianco e rosso e avvicinano il fotografo giornalista: “Ma secondo te perché il contatore delle foto non avanza?”. Il fotografo giornalista guarda la macchinetta e sentenzia: “Perché non c’è il rullino”.Mesto mesto il fotografo perito patteggia: “Puoi avvicinarti ora, però non farti vedere…. poi me le mandi le foto?”.

Pubblicato da: iprovinciali | 28 ottobre 06

Tema vecchio come il cucco

Gaetà, e ti voglio bene… mo’ ti infili in un dibattito vecchio come i blog. Tema: i blog fanno informazione?
svolgimento: i blog nascono come diari personali. Ogni tanto qualcuno si ricorda di aprire la finestra e raccontare cosa accade sotto il suo naso. Mettendoci del suo, in senso buono, cioè offrendo emozioni e sensazioni. Più spesso capita che il proprietario del blog passi la giornata a guardare il proprio ombelico e a descriverlo in tutti i suoi dettagli. Accade anche che il proprietario del blog non sappia cosa farsene di un diario e ci copi e incolli lanci di agenzia o frattaglie di giornale, incorrendo nel peggior errore del giornalismo tradizionale, ovvero l’autoreferenzialità.
conclusione: no, i blog non fanno informazione. E per fortuna. che restino liberi come sono.
Ora non è che voglia fare cicero pro domo sua, perché ottopagine.it è una creaturina mia. Ti dirò anche che non è nato perché fa trendy, ma semplicemente perché è assurdo che un giornale presente sulla piazza da dieci anni non abbia anche un sito consultabile liberamente. Per quanto guarda l’interattività, guarda che su ottopagine i commenti sono apertissimi, semplicemente prima che appaiano io li controllo, non nel contenuto ma nella forma. Mi consentirai ma di parolacce preferirei non pubblicarne. E’ l’unico filtro che c’è. E sarà sempre un filtro umano. Ho provato quelli informatici, con la badlist, ma sono vulnerabilissimi, anche per quanto riguarda lo spam. Provare per credere. Anzi perché non ti registri e sfrutti l’interattività?
Fine pubblicità sul sito. Ma ti giro una domanda serissima: credi che io, te, boris, diana, Bruno e tutti gli altri giornalisti locali proprietari di blog, sui nostri blog facciamo informazione? io mi chiamo fuori. Un diario è un diario, l’informazione, per come la vedo io, risponde solo alla regola delle 5 W, tutto il resto lascialo fare ai vecchi tromboni che ben conosciamo e che (professionalmente) non muoiono mai. La mia utopia corrisponde alla tua misura di mediocrita, forse. Un’informazione molto ma molto linda e pinta. Ma sono consapevole che si tratta di un’utopia. perché se davvero fosse informazione con chi dove quando come e perché la trovereste tutti noiosissima. Il problema è che appare noiosa perché povera di idee. Ma caro Gaetano, le idee sono personali. Se hai la capacità di costruirtele sul ci come dove quando e perché bene, altrimenti ciccia: ti toccano i tromboni sempre più tromboni.
😉

Pubblicato da: iprovinciali | 23 ottobre 06

Pigliatevi un caffè

Io odio le riunioni politiche: consigli comunali, provinciali, grandi vertici… Perché cominciano, durano, finiscono ma in realtà non finiscono. E ho sempre pensato che questa mia considerazione fosse dettata dal non capire un tubo di dinamiche politico amministrative. Ora però c’è lui, che come li racconta lui tutti sti mega vertici sulla munnezza…

Non è che gli faccio pubblicità perché gli voglio bene, affatto. Anche perché lui ha sempre pensato che le femmine non possono fare le giornaliste. Però, se ogni tanto mi da un pugno sulla spalla (proprio un pugno), se ogni tanto mi chiama “stronza”, “cessa”, può solo voler dire che o ha dimenticato che appartengo al genere femmiline, o che ogni tanto pensa che abbia qualche possibilità nella vita. Ma affetto naaaaaa. Cià direttò! 😛

Pubblicato da: iprovinciali | 17 ottobre 06

Piccole soddisfazioni

E’ la mia piccola creatura e nasce già con uno scoop e con l’edizione straordinaria. Hanno arrestato il boss Biagio Cava e la notizia è on line un’ora dopo la cattura, con la polizia ancora nella villa bunker del boss e in anticipo di due ore sulla conferenza stampa della Dda di Napoli. E scusate se sbrodolo per Ottopagine.it

Pubblicato da: iprovinciali | 13 ottobre 06

Gomorra

Ti assegneranno una scorta, ti diranno che sono tutti con te, che non devi restare da solo e bla, bla, bla… Ma tu la risposta già la conosci. L’hai scritta tra le righe di “Gomorra”. Lo sai bene  che tra i tanti che ti offriranno la loro solidarietà c’è qualcuno di cui non puoi aver fiducia. E’ un capitolo che non hai scritto, in “Gomorra”, ma c’è tempo e sono sicura che lo farai. Spulciando ben bene tra i rapporti della Dda, leggendo tra le pieghe delle carte e ricucendo i fili di quelle inchieste, come neppure tanti distratti Pm sanno fare. E sai anche che la parola ha la sua forza. Anche se nelle pieghe del tuo libro ho letto lo stesso disincanto di tutti quelli che scrivono con passione di camorra, di intrallazzi, della munnezza che ci circonda. Perché chi nasce in terra di camorra è come “il cucciolo del cane da caccia che nasce già con l’odore di lepre nel naso. Contro ogni volontà, dietro la lepre ci corri lo stesso: anche se poi dopo averla raggiunta, puoi lasciarla scappare serrando i canini”. Ellora, Robbè, sai già che quando un re muore, viva il re. Non ci andare sui palchi a gridare. Continua col tuo vespino a girare “neutro” per le piazze dello spaccio, tra le ville holliwoodiane sequestrate, tra i funerali delle vittime. E continua a scrivere le tue lettere dal fronte meridionale. Lascia che gridino gli inviati che hai accompagnato, quelli che girano scortati da una colonna di macchine della polizia e riscono solo a trovare la mezza tacca che per 50 euro racconta alla telecamera, in prima persona, come spacciano, uccidono, comandano gli “altri”, quelli che non li intervisti manco per un milione.

L’anno scorso ci siamo scambiati qualche email; mi hai accennato del progetto Sud Reporter. Spero diventi qualcosa di concreto.  Intanto ai miei dieci affezionati lettori un consiglio: leggete “Gomorra”, rileggetelo, poi passatelo, prestatelo, regalatelo, ricompratelo e rileggetelo ancora. Tra vent’anni non sarà storia, ma ancora presente.

Pubblicato da: iprovinciali | 9 ottobre 06

Munnezza!

E’ roba vostra. viene dalle vostre case, dai vostri scantinati, dai vostri sgabuzzini. Ci sono televsori vecchi, reti, materassi, biciclette vecchie. E sacchetti, cartone, plastica, vetro.
Accumulate, lanciate dalla finestra, accatastate. E poi bruciate. Date fuoco. rendete l’aria irrespirabile, più di quanto non lo sia. Urlate, prendetevela con Bassolino, con Catenacci, con Bertolaso. Con chi volete. Difendete le vostre lande deserte dove vi spaccate la schiena per farvi pagare grano e uva per uno sputo di centesimi. Credeteci, credeteci pure: che qui verranno i turisti, che qui passerà il treno superveloce, che ci sarà un areoporto, una super stazione, un’autostrada nuova a 3, 4, 5 corsie. Credeteci. Applaudite pure quando verranno a dirvi che lo sviluppo, la rinascita del Mezzogiorno passano per i Por, i Pit, i Puc, i Caz…
E continuate a mendicare tutti ordinati in fila nelle segreterie politiche il vostro posto alle poste, il vostro parcheggio gratuito, il vostro permesso speciale. Fate combriccola con l’amico avvocato, magistrato, medico, commercialista, panettiere, impiegato. Gridate vittoria per un ridicolo sequestro che durerà tre giorni. Andate, andate pure.
Respirerete sempre la stessa aria, berrete sempre la stessa acqua, e pagherete oggi, domani e doman l’altro.

Pubblicato da: iprovinciali | 3 ottobre 06

Ai diffidenti

Come Bruno, come Sifossifoco, come Gaetano…

Lo so che non è uno spettacolo stupendo, però eccovi le prove. C’ho l’uovo di papera. Si vede mo’? Continua a leggere…

Pubblicato da: iprovinciali | 3 ottobre 06

Come un uovo di papera

Preparare il pranzo per tutta la famiglia che decide di venire a festeggiare il tuo onomastico passato. Preparare la lunga tavolata, preparare il giardino per l’aperitivo, scivolare sul pavimento bagnato, mettere il piede a 90 gradi, sentire “crack”, urlare: “Mi sono rotta!”. Sentire l’eco del tuo urlo “Pure io! ste cose la domenica non si fanno”. E precisare: “Noooo, mi sono rotta il piede!”. Un attimo e la tua vita cambia: tutti intorno, tutti gentili, premurosi, affettuosi, che ti viene il sospetto: non sarà che Gabriella deve rimettersi in piedi prima possibile per continuare a fare la trottola?! E’ un sospetto. Ma intanto che si fa? il pranzo della domenica guastato? non preoccupatevi, mi sono rotta anche dieci anni fa, l’altro piede però. E so benissimo come si fa. Dunque: corsa al pronto soccorso, attesa media di tre ore per una radiografia; nel frattempo la caviglia diventa un grosso uovo di papera. L’ortopedico consiglia riposo per 5 giorni, il tempo che si rompa l’uovo di papera e poi gesso o tutore rigido a seconda della gravità. Quindi meglio pranzare prima. Io sul divano, la truppa intorno alla mia bella tavola con tovaglia ricamata, bicchieri di cristallo, porcellana di Bavaria. (“Sei più comoda col piatto di plastica, vero?!” Ehhhh!). Vabbè, ma dopo pranzo vuoi andare al pronto soccorso? sì, con calma, tanto lo so che a qualunque ora andrò, di domenica non ci sarà mai un cane. Dopo il caffè, dopo le chiacchiere, i saluti. Baci e abbracci e corro (?) al pronto soccorso, scortata da fratello piccolo dalla forza bruta.

E ho imparato che al pronto soccorso generalmente non ci sono sedie a rotelle disponibili. Se ti va di lusso puoi andare in barella, altrimenti è meglio che ti procuri un fratello come il mio. Ho imparato che per una radiografia in tempi accettabili che rientrino nelle tre, quattro ore è meglio avvisare quelle persone che conosci per caso e che nella vita, guardacaso!, fanno i primari. Ho imparato che un ortopedico può stabilire cosa si è rotto semplicemente toccando con l’indice un punto, un solo punto dell’uovo di papera. Ma quello che proprio non sapevo è che se un vecchietto, molto semplice, va al pronto soccorso perché avverte un forte dolore al petto, e sospetta che gli stia venendo un infarto, è necessario che aspetti almeno un’ora per essere visitato, un’ora solo: il tempo di stramazzare a terra colto da infarto.

Ma tutto sommato cosa voglio di più? sono immobile a letto con l’uovo di papera che si sta sgonfiando lentamente; mia madre è accorsa a farmi compagnina e ha già rotto il piatto della cognata e la lampada a olio con rovesciamento di circa un litro di olio; di sera viene a trovarmi il miglior massofisioterapista sportivo sulla piazza che mi fa delle splendide fasciature che di notte mi fanno contare e bestemmiare tutte le stelle; ho un bel portatile per poter seguire tutti i blog che mi piacciono… Sono felice!

( chi non viene a firmare il gesso, sciarr a morte!)

Pubblicato da: iprovinciali | 1 ottobre 06

La notte dei bravi ragazzi

Una notte blu, come i lampeggiati della polizia. Le strade quasi silenziose. E spazio, tanto spazio lì dove le macchine erano parcheggiate in seconda fila, dove si facevano i turni per entare e consumare al banco. Poche facce brufolose in giro. Serata per adulti, perché l’età diventa un lasciapassare per molti. La movida sembra finita, morta, sepolta. I ragazzi tutti nelle loro tane, in attesa forse che la morsa di allenti. Neppure un venerdì di pieno inverno tiene tanta gente in casa o la allontana da viale Italia e via De Concilii. Non c’era il deserto l’altra sera, ma le immagini non combaciano con quelle di una settimana fa. I
n mezzo a questi sette giorni ci sono un colpo di pistola, una retata, un fiume di polemiche, un funerale. Lungo il corso Vittorio Emanuele passeggia il questore. Si siede su una panchina: una di quelle dove di solito si fa quasi a botte per conquistare un posto. Ma non c’è ressa, non c’è nessuno. Il questore parla a telefono, chiede come va la notte, la prima notte blindata della città. In via De Concilli un camper dei Carabinieri. C’è ancora un fascio di fiori nella traversa e una barra di ferro lascia il vuoto dove è morto Mauro Cioffi. Lungo il corso tre pattuglie della polizia. Gli agenti si fermano, si incrociano, si scambiano notizie, impressioni. Passa un’auto del corpo forestale. Continua a leggere…

« Newer Posts - Older Posts »

Categorie