Pubblicato da: iprovinciali | 6 dicembre 06

I Babbia

Che detto così come titolo potrà sembrare un cognome. Si dice sgancianome in quel paesino dove è nato. E in quel paesino vige anche la regola che lo sgancianome (un nikname, tanto per non farvi penare con wikipedia) affibiato a qualcuno valga per tutta la famiglia, ascendenti e discendenti compresi, affini e consenguinei. Potrei raccontarvi della famiglia “piscialietto”, perché il pargolo ebbe l’ardire di confessare di fare ogni tanto la pipì a letto alla veneranda età di dieci anni. Ma erano tempi in cui a scuola non c’era lo psicologo. E il pargolo piscialietto perse il nome, il padre del pargolo divenne “‘o pate d’ ‘o piscialietto”, e così la madre, e i fratelli e i nonni e gli zii. Nacque la famiglia Piscialietto. Oppure di Tonino ‘o figlio e ‘Ndino, che divenne più famoso del padre, così che il padre divenne “‘o pate d’ ‘o figlio e ‘Ndino”. Ma c’erano anche i Ssessa, perché il capostipide era solito urlare come un ossesso. E uno Ssessa divenne anche amministratore comunale, accanto al macellaio che di cognome faceva Fantasia. In campagna elettorale non mancò la scritta sui muri “Sessa e Fantasia al potere”. Ma non erano i tempi della contestazione. Anche le strade avevano lo sgancianome: ‘u vichi russo si capiva, perché lì ci abitavano un sacco di Rossi, o forse erano pochi, ma nei loro bassi facevano tanto rumore. E non si capiva a chiedere dove fosse via Amendola. Come non si capiva dove fosse largo Tiglio, perché era ‘ncoppa ‘a teglia. Piazza IV novembre era ‘ncoppa San Pietro. Giggino aveva dieci anni quando i genitori lo portarono a Roma per il solito pellegrinaggio organizzato dalla parrocchia. Si perse in via Della Conciliazione e i solerti vigili gli chiesero dove abitasse: “‘ncoppa San Pietro”. Cosa ne poteva sapere lui del cupolone?!

Le strade. Le famiglie erano così: i Sciasc, perché il capofamiglia portò in casa l’amante che andava d’accordissimo con la moglie. Erano i tempi di Soraya e Faradiba. E Giovannino divenne ‘o Sciasc, e la sua famiglia i Sciasc. Un ramo cadetto si dissociò dallo scandalo e divenne Pocchi-Pocchi, da “purcaria” detta da un pargoletto. “Perché non ti parli con zio Giovannino?”, “Sono pocchi pocchi”. Sciasch gli adulti, Sciascitielli i più piccoli.

Era così il paesello. E alle elementari ci si riconosceva: “A chi appartieni tu?”. Io appartenevo ai Babbia. Babbia, che sembrerebbe babbeo. Un po’ ci sta: troppo buoni, che dalle nostre parti può significare appunto babbei. Perché le terre del bisnonno Fafele se le mangiò il colono, che il giorno dei conti portava la più bella fiasca di vino. Perché la bisnonna Checchina lasciò che del mulino si occupasse l’amministratore e, piuttosto che vivere nel disonore del fallimento, vendette anche la casa sulla farmacia, che prendeva tutto il vicolo e aveva cantine così profonde che nemmeno conosceva. Perché il nonno nella fabbrica di ceramica non faceva il padrone. Ed è morto convinto che la nonna gli facesse la cresta sulla spesa. E lo diceva sempre alla nonna Nicoletta: “Tu imbrogli”. Ma ci faceva fare tante risate.

E’ rimasta solo la nonna Nicoletta. I Babbia non ci sono quasi più. Quasi, perché alcuni cromosomi sono rimasti e sono andati tutti a lui, che si chiama Carlo, Carlo Babbia. Ma un Babbia col broncio. Ed è fràtimo ‘o piccirillo.

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Responses

  1. Hai prodotto qualcosa, finalmente!

  2. Che post delizioso.
    crefab


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