Pubblicato da: iprovinciali | 25 settembre 06

Sabatonotte

Mi fanno ridere i giornali. Ci chiamano “branco”. Perché, abbiamo la faccia delle bestie? perché in mezzo a noi ci puzza di vino vomitato? E ch’è? Siamo uguali a quelli di San Tommaso, Rione Mazzini? Quelle sono le zecche. Quelli puzzano di vino vomitato. E’ sabato e il sabato dura fino alle 6 di domenica. Tutto regolare. Che si fa? si salta, da un bar all’altro. Si fa branco sulla strada. E chi se ne fotte se nei palazzi sopra c’è gente che dorme. Quelli strepitano, poi si inserrano e chiamano gli sbirri, perché facciamo troppo casino. Per due o tre sgommate! Chi se ne fotte degli sbirri che passano. Loro sono due, noi siamo cento. E se gli viene in testa di fermarsi e chiederci i documenti, gli rispondiamo con le monetine, le bottiglie, le lattine. In testa, allo sbirro. E quello se ne va, con la coda tra le gambe. Coniglio! merda! e quello scappa. Mica perché ha paura. Un poco. Ma perché lo sa che mio padre gli fa la capa tanta. L’altra volta mi beccò con la stecca. Mi portò in caserma. M’interrogò, gli cacciai la carta, gli diedi il numero di mio padre, mi lasciò, mi chiese scusa. E’ vero: un po’ me la feci sotto. Mica per loro, ma per mamma ché quella urla e strepita. “Che figura mi fai fare! A me, proprio a me?”. E allora un po’ me la cantai. Mi cantai gli amici. Dissi chi mi passava le stecche, a quanto le vendevo e a chi. Li presero e se li portarono. E poi venne uno e mi disse: “Alla scordata!”. E non mi fece niente. Ma io lo so che prima o poi, se mi trova nella scuria, mi fotte. Ma li fotto prima io. Papà c’ha il porto d’armi. Ma il ferro lo tiene nel cassetto e non ci pensa. E io ogni tanto me lo porto. Gli altri non ce l’hanno il ferro. Girano con il coltellino. Ci tagliano il pane, col coltello! Io, se voglio, me li fumo. E ch’è, l’hanno inventato loro il trucco del liceo?!
Gli sbirri: mi fanno ridere. Passano, ripassano. Pure il cagnolino si portano. E non lo sanno che io entro da dietro, lascio la stecca sotto al mattone della finestra. I soldi me li portano fino a casa. Sotto al naso gliela faccio passare, la stecca. E loro pensano ancora di trovare il fesso davanti al cancello, magari pure con la bancarella.
Poi la sera ci vediamo lì, sulla strada. E ci divertiamo. Quello che se la tira, col Mercedes scoperto del padre, m’aveva puntato la ragazza. Tutte le gomme gli ho fatto tagliare. Ho regalato un paio di stecche. Così nessuno ci pensa che sono stato io. Quell’altro, che veniva nel bar mio, e faceva il capuzziello. Glielo mandai a dire: “Non ci venire, ché ti fai male”. Se ne fotte. E allora gli sta bene. Quell’altro ancora, che mi mandò a dire che il mio mezzo faceva ridere. Ce ne andammo sotto alla galleria, a tirare. E nella curva gli feci lasciare tutte le gomme a terra. Tiè, fuma! Poi è bello quando ci facciamo il giro: “Chi paga a sto turno?” e quelli si fanno la bottiglia sana e vedono la madonna. Io no. E pagano sempre loro. Due, tre, quattro giri. E le bottiglie le lasciamo a terra, a chi fa la catasta più grossa. E la mattina gli stordi, per uscire con le macchine, bestemmiano tutto il paradiso. Ma a noi nessuno ci tocca.

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Responses

  1. storie di oggi uguali a quelle di ieri…

  2. Non mi dire che ieri ti hanno richiamato a lavorare per il famoso omicidio… Comunque… è una realtà simile a tante altre…
    Complimenti, bel pezzo!
    E mo parliamo di altre cose: che ne pensi dello sciopero?

  3. vorrei che leggessi questo:

    http://inadeepsleep.blogspot.com/2006/09/in-circolo-lav-blogosfera.html#comments

  4. il miglior pezzo, decisamente, che abbia letto sull’argomento.

  5. Toccante ironia…

  6. le foto ce le vogliamo mettere o no? mannaggia lo sorice e quando non ti ho portato a Venezia. strudel

  7. Bel pezzo… di me§d@!
    (Il soggetto).

    Il tuo pezzo invece è fantastico.

  8. Ti sei trasferita senza avvisare? Uh, una realtà accattivante quella che descrivi…
    Ciao


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