L’immagine era in un angolo. Buoni i ricordi: tornano quando c’è l’ansia. Scavare con le mani per cercare le similitudini, quegli specchi riflessi che possano anticipare il futuro. E qui a dire: “E’ successo già e succederà ancora”. E allora la fotografia di quel treno che si ferma lento e lenta scende una fiumana di gente. Uomini, donne, bambini, vecchi, e colori, tanti colori. E poi un fronte che avanza, scortato dai celerini. Erano tanti, con i caschi e i manganelli. Cinquanta? Cento? Soltanto a migliaia avrebbero pareggiato il conto e coperto quelle urla, quell’ansia. Che cresceva, forte, rapida. Più lento il treno, più lenta quella fiumana, più forte l’ansia. Più forti le urla. I cori non li ricordo. Non ricordo le parole, ma i cori sono tutti uguali. Era diversa quell’ansia.
E io che avevo lo sguardo stralunato. Mi chiedevo perché, come… io non tifo. Io avevo una macchina fotografica. A vedere il mondo da un mirino, la realtà si perde. E la foto è solo l’attimo più bello, colto per condensare i colori, i suoni, gli odori. Una foto deve dire tutto. Ma a un certo punto ho smesso di guardare quel mondo dal mirino e ho sporto lo sguardo fuori dalla macchinetta. Ho spalancato gli occhi, e ancora non capivo. E non capivo neppure quando ho visto uno stadio riempirsi, colorarsi e animarsi. Lentamente, forsennatamente. Sfilano i nomi, sfilano le maglie, corrono gli uomini. Intorno a una palla che è sempre rotonda. E spesso gira come non dovrebbe, prende direzioni che non deve.
E io che non capisco. Ma l’ansia sale. Forsennata, fino a quando un fischio interrompe tutte le speranze che a decidere siano gli uomini e non quella palla bizzarra e folle. E uno, e poi due, e poi tre. Al sesto, i miei pugni erano contro la vetrata della tribuna stampa e la voce andata via, assieme a quelle urla, a quei cori.
Continuo oggi a non capire le notti di follia in differita, le urla liberatorie di giorni interi di festa. Perché il senso è in quell’attimo, quando l’adrenalina è a mille e non c’è niente da capire.
Ciao, Pè!